Paolo Villaggio: un grande attore in cinque film

di Lorenzo Borzuola

A soli tre giorni dalla sua scomparsa, Paolo Villaggio è rimasto per un lungo periodo di tempo uno degli ultimi superstiti dello spettacolo e del cinema italiano; sopravvissuto alla cruda realtà del tempo –sebbene una zingara avesse predetto la sua morte al compiere dei settantacinque anni-, ha finalmente raggiunto anche lui la parte vecchia e gloriosa di quello sconfinato mondo dell’arte che pullulava nel nostro paese di menti geniali e visionarie.

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In più di trent’anni di carriera, Villaggio era un tutto. Attraverso la scrittura ha partorito dalla mente una delle figure letterarie più geniali che da tempo mancava nel panorama artistico italiano; un personaggio ricolmo di comicità, bizzarria e allo stesso tempo patetismo e grande lato drammatico. In poche parole, una maschera italiana, come prima di lui ce ne sono state, che ha incarnato per decenni, e tutt’ora è presente, l’uomo medio italiano; piccolo borghese, arrivato ma mediocre, soddisfatto e insoddisfatto, con una famiglia detestabile, un lavoro detestabile ma con il conto in banca, la macchina e lo stipendio a fine mese che lo rende tuttavia degno di far parte della società. Una società scomoda, imperfetta, capricciosa e consumistica. Il personaggio di Fantozzi è la sintesi di una civiltà nata dal boom economico che dietro alla maschera di ricchezza e prosperità, nasconde una profondità consapevole, a volte si a volte no, di insoddisfazione, sfruttamento e mediocrità. È sicuramente la sua creazione più riuscita.

Per anni, dall’infanzia fino ad ora, ho sempre partecipato alle disavventure dell’impiegato più sfortunato di sempre. Fantozzi è la sfortuna stravolta e gonfiata atta a far ridere; fino a quando non ci si accorge che ne è pieno il mondo di gente così e non abbastanza patetici e potenziati da divenire uno sfottò eterno, immortale. Siamo tutti un po’ Fantozzi. Abbiamo tutti la nostra nuvoletta da impiegato. Tutti hanno familiari brutti o scomodi. Tutti dei colleghi o amici come Filini e donne brutte ma nella nostra fantasia idealizzate fino alla bellezza; forse perché ci si deve pur accontentare di qualcosa.

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Lino Banfi saluta per l’ultima volta l’amico e collega

Ieri, al Campidoglio, è stata allestita la camera ardente e l’ultimo saluto laico e cerimonioso invece alla Casa del Cinema di Roma, dove altri, prima di lui, sono stati commemorati. Prendo tempo, prima che sia troppo tardi per elencare quelli che secondo me sono i suoi film più belli. Dove l’attore genovese ha saputo far prevalere tutte le sue doti: comiche e anche drammatiche. Sebbene avesse di gran lunga rivoluzionato i tempi della comicità, Villaggio è riuscito a prevalere anche in ruoli che nessuno avrebbe mai pensato potesse esserne capace.

 

  • Al primo posto, e molti potranno considerarla una banalità, c’è “Fantozzi”. Il primo film, diretto nel 1975 da Luciano Salce e sceneggiato assieme all’attore, in cui il personaggio viene fuori e si mostra al pubblico per la prima volta. Villaggio intuì che la nostra sarebbe diventata ben presto una società di non lettori e quindi cosa fa: usa proprio i nuovi mezzi per poter vendere e spargere a tutti in maniera più istrionica e plateale la sua moderna novella. In un primo momento in televisione dove le tragiche vicende del ragioniere vengono recitate per la prima volta. Dato il buon successo, decide di trasportare l’opera anche sul grande schermo e il successo è assicurato. Da quel film, ne verrà fuori una lunga saga all’unisono con quella dello stesso Villaggio che continua ad interpretare il suo personaggio senza mai stancarsi e aggiungendo sempre nuove gag attorno alla fisicità del goffo Fantozzi. Seguirà “Il secondo tragico Fantozzi” diretto sempre da Salce. Altro grande successone di critica e pubblico. La gloria di quest’opera filmica non ruota solo attorno a Villaggio ma ai suoi personaggi e spalle di contorno. Filini è il compare immancabile con gli occhiali a fondo di bottiglia. La moglie Pina, donna taciturna e risicata nella vita domestica. L’immonda figlia Mariangela e la signorina Silvani, per la quale Fantozzi ha un debole. Poi una gran varietà di personaggi che arricchiscono la storia. Ogni scena è intervallata dalla voce fuori campo dello stesso Villaggio che scandisce con ulteriore divertimento e precisione quel mondo fantastico eppure non lontano dalla realtà.

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  • Brancaleone alle Crociate: durante le riprese del film, Monicelli andò da Villaggio per discutere su come avrebbe dovuto apparire questo strano personaggio dallo strano accento tedesco. Monicelli guardò in silenzio l’attore, ancora giovanissimo, e con estrema serietà disse: “sono certo che questo non sarà mai il suo mestiere, ma dovrebbe tagliare i capelli e togliersi quelle basette”. Villaggio, un po’ risentito, andò dal parrucchiere di scena e fece: “mi tagli i capelli in una maniera feroce”. Quando tornò dal regista, Villaggio domandò se poteva essere accettabile con quel taglio e Monicelli, dopo averlo scrutato a fondo, non proferì parola e tornò alle sue faccende. Dopo dieci anni, racconta Villaggio, rincontrò ad una cena Monicelli il quale, avvicinatosi, disse: “sai, ho apprezzato molto!”, riferendosi a quell’episodio di dieci anni prima quando gli aveva ordinato di tagliarsi i capelli e Villaggio aveva ubbidito senza contraddirlo. Un evento che ci trasporta immediatamente dentro al set di questo film. Che dire? Sebbene sia stata una delle sue prime interpretazioni sul grande schermo, Villaggio, con il personaggio di Thorz, ebbe modo di portare in scena un altro so personaggio televisivo: Kranz. Memorabile la scena del duello tra lui e Gassman oppure quella del traduttore simultaneo.

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  • Tratto dal romanzo omonimo di Dino Buzzati, “il segreto del bosco vecchio”, è un film del 1993 diretto e sceneggiato da Ermanno Olmi. Un’opera fantastica ambientata sulle dolomiti. Il colonnello dell’esercito Sebastiano Procolo (Villaggio), eredita la villa dello zio e un immenso bosco, chiamato “bosco vecchio”. Egli, incapace di amare e sognare, vorrebbe tagliare gran parte della foreste per rivenderne il legname, ma la vicinanza con il nipote Benvenuto, anche lui erede, e la presenza di strane e misteriose creature del bosco, lo portano piano piano a scoprire un lato di se nascosto. Inizia ad essere parte anche lui di quell’ambiente, di quei fiumi e quelle montagne che circondano la dimora; cambierà con il tempo idea e modo di pensare. Un film leggero ma ricco d’immagini paesaggisticamente emozionanti. Non molti attori in un film incentrato, per l’appunto, sulla forza della natura e delle creature viventi e non che la abitano. Villaggio è dentro di un ruolo drammatico lontano stavolta dai soliti ruoli svampiti e incapaci. L’aria del vecchio colonnello amaro e serioso gli dona a pennello.

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  • Cari fottutissimi amici (1994): un altro film di Monicelli adorna questa scaletta. A metà strada, com’è di consuetudine nei suoi film, tra il dramma caciarone, disordinato e una commedia amara. È la storia di Sor Dieci che nella Toscana dell’immediato dopo guerra mette in piedi un gruppetto di uomini disadattati e stanchi per farli competere in incontri pugilistici. Inutile a dirsi, la fortuna non girerà mai in loro favore, se non in alcuni momenti. Assieme a Ceccherini, voce narrante e co-protagonista, Villaggio interpreta il finto scaltro Dieci in questa specie di Armata Brancaleone della box. Sebbene il film non sia uno dei più famosi del regista, l’attore genovese sembra trovarsi a suo agio quando è diretto da Monicelli. È il suo fare grottesco, dove intorno c’è solo miseria e morte, a farne un personaggio straordinario; un lontano parente di Fantozzi che veste i panni dell’italiano qualunque, sornione, arrivista e patetico però in situazioni difficili e di altre epoche.

 

  • Un cast d’eccezione per un film girato quasi interamente fra quattro mura di un ristorante vecchio e un po’ balordo, e una spiaggia semideserta in autunno. Camerieri è un film del 1995 diretto da Leone Pompucci. In fila con gli altri due prima citati. Assieme a Villaggio nel ruolo del presuntuoso e caccia balle maitre Loris Bianchi, anche Diego Abatantuono, Marco Messeri, Ciccio Ingrassia (suo ultimo film), Antonio Catania, Carlo Croccolo e Antonello Fassari. Qui, Villaggio da il meglio di se in una parte così antipatica e ridondante. E quei piccoli intramezzi di dialetto genovese leggermente strascicati nei dialoghi, lo rendono un personaggio maligno e buffone allo stesso tempo. Uno dei pochi personaggi che si è spinti ad odiare. Tuttavia è per questo che è un bravo attore.

 

Sebbene altri due ruoli come quello ne “La voce della luna” o “io speriamo che me la cavo” non siano nella scaletta, sono comunque due esempi di grande bravura attoriale, che molti potrebbero sicuramente preferire ad altri.

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Paolo Villaggio e Roberto Benigni nel film di Federico Fellini “La voce della luna”

Di film, un attore come Villaggio, ne ha fatti moltissimi. Dagli anni sessanta fino a pochi anni fa, quando si era ritirato dai set cinematografici, ma mai da quelli televisivi e dalle trasmissioni, nelle quali gli faceva piacere mostrarsi di tanto in tanto. Se n’è andato uno dei migliori attori del cinema italiano e non ce ne siamo resi conto. Per quanto lo abbia anche prima elogiato, Fantozzi non è stato il suo solo personaggio riuscito. Sebbene Fracchia si avvicinasse a quello del ragioniere era pur sempre fatto di una differente caratura; oppure Kranz e quelli citati in precedenza. La maggior parte della gente lo ha ricordato e si limiterà a ricordarlo solo come il bonario e sfortunato impiegato con basco e lingua felpata. Per quanto siano tutti elementi formidabili, mi piacerebbe ricordarlo come un attore completo, cinico, sbruffone, bugiardo, pacato e incazzoso. Gentile, modesto e anche un po’ stronzo. Comico e drammatico al cento per cento.

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