Codice Criminale: una strada per vivere

di Lorenzo Borzuola

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“Trespassing against Us”, titolo originale del film di Adam Smith con protagonisti Michael Fassbender e un sempre energico e tronfio Brendan Gleeson.

La storia si apre in una zona non ben decifrata nella brughiera della Gran Bretagna. Un gruppo di Pavee, nomadi anglosassoni, se ne sta accampata all’interno di roulotte, lontani dalla vita più civilizzata. Il motivo? Stare il più lontano possibile dalla legalità dalla quale sono ricercati. Sono, in effetti, ladruncoli, piccoli criminali, il cui rispetto –anche se rozzo e fastidioso- ruota attorno alla figura saggia e criminalmente tradizionalista di Colby Cutler (Gleeson). Egli decide i nuovi lavori, egli detta regole in nome di una fedeltà cattolica, e insegnamenti logori e sorpassati. Sotto la sua ala, il figlio Chad (Fassbender), il quale è soprannominato appunto l’erede dal padre nella speranza che tutti i suoi insegnamenti vengano preservati dalla progenie. Chad, nonostante i continui ripensamenti e scontri verbali con la moglie, è ancora fermo sulla lunga strada che da quella criminalità lo può portare un giorno a fare i conti con la realtà al di fuori di quella comunità. Continua a seguire le regole; guida la macchina in corse automobilistiche per sfuggire ai poliziotti, si nasconde sotto una vacca dopo un colpo fatto a una villa mentre è inseguito da un elicottero. I due filglioletti, Tyson il più grande, e Mini, vedono in Chad, ma soprattutto nella figura dominatrice del nonno, l’unica vera speranza di vita e l’unico insegnamento necessario alla loro crescita. Eppure Chad sa bene che se fino a quel punto a lui sia andata bene non vuol dire che sia giusto nei confronti della prole e che possano crescere in maniera migliore. Il suo ultimo lavoro, quello davvero importante, sarà fare i conti con l’esistenza fino a quel momento vissuta; rimediare ai suoi errori fin che è ancora in tempo. Abbandonare il campo e la comunità.  Offrire ai figli un futuro migliore, specialmente dopo essere stato braccato dalla polizia, ma in assenza di prove, subito rilasciato. Ciò vuol dire scontrarsi con il vero nemico, Colby, il quale, sentendosi tradito, farà l’impossibile perché questo non avvenga. Alla fine, il desiderio di un padre ravveduto, aprirà una nuova strada più limpida, smacchiata e serena, non tanto per lui ma per la cosa più importante; la famiglia.

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Una vicenda che oltre ad avere all’interno una trama di criminali al confine tra la realtà e il selvaggio, si concentra sullo scontro generazionale ma soprattutto sulla discrepanza che avviene tra un padre e un figlio; tra due padri, sarebbe più giusto dire. Il più anziano, Colby, radicato anima e corpo, e Chad che vede nel figlio Tyson una speranza di miglioramento. Ma è lui che deve fare la prima mossa. Ritmo sostenuto nelle scene automobilistiche intervallate dalla vita nomade intorno al fuoco a raccontare e decidere; dettare e obbedire, sebbene non ci sia per nessuno un vero codice tranne che per i due protagonisti. Un codice da rispettare nella vita del criminale ma quello che più conta il codice che si stabilisce tra un padre e un figlio. Scene di vita familiare che, sebbene il contesto, contengono gli stessi problemi che possono celarsi in una famiglia comune. La loro risoluzione avviene, in questo frangente, in modo più brusco, crudo, violento e ruspante. Tuttavia, alla fine, si trova sempre una strada, e Chad sa quale prendere. In un finale che rasenta quasi il surreale e in certi casi il patetico ma solo quando sa che sta per lasciare tutto ciò che ha di più caro al mondo. Nel momento in cui la sua durezza di uomo vissuto cede all’ancor ingenuità di un bambino al quale lascia regole be precise; la scuola, la madre, la sorellina e il dover abbandonare quello che fino a quel momento ha vissuto perché il mondo può avere altro in serbo per lui. “Non so se la terra sia piatta. Ma spetta a te scoprirlo”.

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Ci sono dei rimandi ad altre opere ma un film incentrato sulla vita di uomini anglosassoni, degli isolani, è sempre narrato, specie negli ultimi anni, come una sorta di parabola documentaristica sul loro particolare modo di vivere e di essere. Che si tratti di un inglese, uno scozzese, gallese o irlandese o che sia un nomade o uno di città. Il fondo è sempre questo contatto grigio con una realtà tanto familiare quanto malsana, quotidiana, inusuale e degna di essere riscattata. L’aria logora che ti pietrifica una volta usciti dalle grandi città, ritrovandoti in quartieri rigidi e in zone agresti, quasi abbandonate dal resto del mondo. La nuova società non sembra aver modificato molto poichè troviamo sempre insoddisfazione, da una parte –che si può recludere nell’animo di Chad-, e reazionarismo sulle spalle del vecchio Colby.

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Scene ricche di una sensazione strettamente legata a quel mondo. Due attori, del calibro di Fassbender e Gleeson, che insieme comunicano la reale anima del film. In particolare, la prestanza sia fisica sia attoriale di Gleeson, accomunata con quella leggermente più ripulita e giovane del compaesano Fassbender. Assieme danno forza alla trama e al film; donano quel tocco di amarezza e fiducia che il regista Smith vuole e che riesce a descrivere senza troppi ricami e acconciature.

 

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