Elle, il nuovo film di Paul Verhoeven

di Lorenzo Borzuola

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Paul Verhoeven torna, dopo quasi dieci anni di distanza, con un film cerca di riassumere, come avviene per i grandi autori ormai arrivati ad età più avanzata, tutte le tematiche che hanno percorso una intera carriera passata dietro una cinepresa. C’è un pò di tutto in quest’opera ultima del regista olandese, già premiata in Europa come in America, e i temi che qui riaffiorano dopo un periodo di calma piatta sono sempre gli stessi: il sesso e l’erotismo sfrenato a volte gratuito. Il senso del pudore dimenticato e il misterioso inganno che aleggia nelle vite delle persone e il desiderio: quest’ultimo riscontrabile sotto varie forme. Il desiderio spirituale e carnale, il desiderio di sottrarsi a quella monotonia locale e il desiderio del disprezzo e di voler tenere tutto minuziosamente celato nello strato della moralità. Alla fine parte di questo viene fuori incisivo e violento, sporco, senza preamboli e fiocchi di contorno.

Michèle è una donna di mezza età che nella capitale francese occupa il posto di direttrice in una importante azienda creatrice di videogiochi. Una donna che vive con la massima serietà e nella più rigorosa tenacia di persona matura che, dopo aver subito il trauma infantile, si fortifica raggiungendo alti livelli di cinismo e tempra, non lasciando scampo a nessuno, né al lavoro, né in ambito sentimentale, di manomettere la sua forte integrità, spregiudicatamente prepotente. Ogni personaggi accanto a lei è messo in ombra dal suo carattere e sprofonda in piccolezze e ingenuità che a lei non sembrano sfiorare. Mantiene un buon rapporto con l’ex marito ma lo tratta con la delicatezza di una madre e non al suo pari, a volte trattandolo come un infante. Lo stesso interessamento superiore e brusco è riposto nel figlio che si è fidanzato con una giovane ragazzetta dalla quale ha un figlio misteriosamente di colore, il che sembra preoccupare solo Michèle mentre gli altri, come il padre o la sua migliore amica, che sembra più vicina al figlio di lei, sguazzano nella felicità della nascita non cedendo alle spiegazioni o al richiamo della verità. La madre di Michèle, che cerca a tutti i costi di convincerla ad andare a trovare il padre in prigione, killer anni prima sotto un momento di pazzia, è un tipo più libertino di donna; sebbene anziana, ha un giovane compagno che ospita a casa sua. Il disprezzo che Michèle prova nei suoi confronti, nei confronti della madre, è forse intuito dall’anziana donna che coglie la vera natura della figlia.

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Paul Verhoeven e Isabelle Huppert durante la lavorazione del film.

La foto di quasi quarant’anni prima, che la ritraeva seminuda nel suo giardino con il padre prima di essere arrestato per gli omicidi commessi, è senza dubbio il motivo principe per il quale lei sia così dura, arida e integerrima con tutti e con il mondo che la circonda. Nello stesso tempo esplicita. Da mesi s’incontra segretamente con il marito della migliore amica ma la cosa le scorre addosso, via, senza rimorsi o sensi di colpa, un pò come ogni avvenimento che le accade. Lo stupro che apre la primissima scena del film, avvenuto in casa della stessa protagonista da parte di un mascherato sconosciuto, sconvolge un pò i suoi equilibri. Non va alla polizia, non denuncia il fatto e racconta l’accaduto all’ex marito e agli amici come se niente fosse. Nello stesso tempo prende precauzioni in casa per evitare che ciò avvenga di nuovo ma cerca comunque di rincontrare il suo assalitore e violentatore. Quando l’incontro avverrà nuovamente, il gioco perverso fra lei e l’uomo continuerà fino ad accelerare sempre più i ritmi spasmodici, nel finale, della trama che porteranno Michèle ad una drastica rivoluzione e un inevitabile scelta.

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Isabelle Huppert (Michèle), in una scena del film

La magnifica Isabelle Huppert, che interpreta la protagonista, non sembra essere turbata dalla mano deviante e pesante di Verhoeven, bensì si cala in un personaggio che, come è avvenuto per “Quarto Uomo” o “Basic Instinct”, rimarrà nel tempo cinematografico ancora a lungo. Tutti gli altri attori e caratteristi di contorno, recitano bene e sempre a tempo con la storia eppure sono legati alla luce emanata dall’attrice principale che riesce ad allestire un personaggio dalle tinte comiche, grottesche e drammatiche, turbato nel profondo ma ricoperto da una dura scorza che non lascia, almeno non subito e solo in parte, trapelare nulla di intimo e proibito; cose che scandalizzerebbero un’intera società, della quale lei vuol fare parte. Sotto la regia di un Verhoeven potente, tirato a lustro, il film, tratto dal romanzo del 2012 “Oh” di Philippe Djian, “Elle” ricorda molto i precedenti successi, tuttavia con elementi messi sotto una luce più matura, altrettanto dirompente che si scrolla di dosso i segni del buon gusto e della corretta moralità. Elementi pronti a scandalizzare e denunciare, temi taboo della nostra personalità.

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Matteo Renzi

di Ettore Arcangeli

In un venerdì sera all’insegna dell’amicizia, della birra, e della quasi evangelizzazione forzata per le scoscese vie di Perugia, è giunta quasi come un lampo una notizia inaspettata. Matteo Renzi sarebbe stato domenica pomeriggio in un caffè nel cuore della città universitaria per un incontro sulla Generazione Erasmus. Il cammino elettorale verso le primarie del Partito Democratico è un evento imperdibile.  Soprattutto se a portata di mano.

L’atteggiamento con cui io e i miei fedelissimi ci siamo preparati all’evento tradisce la condizione della politica odierna. Volevamo divertirci. Da persone non ideologiche e libere da vincoli partitici volevamo tastare il polso di quello che è, piaccia o meno, uno dei vertici della politica italiana. Volevamo sentire un discorso completo, senza tagli giornalistici, con tutta la retorica e tutte le battute. I contenuti sarebbero stati i soliti quindi da quel fronte non ci si aspettava nulla di sbalorditivo. Volevamo fuoco e fiamme. Volevamo frecciatine e il Matteo Renzi dei video su YouTube. Volevamo il Matteo meme.

E lo è stato.

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So che molti rimarranno sconcertati da queste parole. Ma la realtà è questa. Nel periodo dell’informazione h24 e dei social media, questi incontri per dei ragazzi di provincia che non hanno chiare mire politiche sono puro intrattenimento.  E non solo perché è presente il conduttore televisivo ideale di Berlusconi, ma perché intorno a lui c’è tutto un mondo particolare che è difficile recuperare al di fuori di eventi del genere. Un mondo meravigliosamente composito.

Superati gli ormai classici varchi di sicurezza presidiati dalla polizia e preso il caffè c’è il tempo per guardarsi intorno e cercare un buon posto a sedere. La sala che il mercoledì sera si riempie di musica inneggiante alla fica e alla droga si va riempiendo di giornalisti, politici, curiosi e futuri membri della classe dirigente italiana.  Le meraviglie della polifunzionalità. Seduti nello retrovie può iniziare ufficialmente l’attesa. Davanti a noi si sviluppa il valzer della vita di partito: giovani rampanti e di belle speranze sgomitano per stringere legami con le persone giuste; altri si godono la cresta dell’onda; altri tremano all’idea di essere spariti e sorpassati alla prossima riunione di partito. Dietro di noi, dalle casse, esce la colonna sonora della giornata politica. Ai più nostalgici è necessario ricordare che i tempi sono cambiati, e con essi la playlist politica della sinistra. I classici come Bella Ciao, Bandiera Rossa e L’Internazionale sono stati sostituiti dalle note giovani di I Took A Pill In Ibiza, 24K Magic e Let Me Love You.

https://www.youtube.com/watch?v=UqyT8IEBkvY

Un esempio di musica giovane

Ad un tratto una figura entra da una porta laterale tra gli applausi. È Maurizio Martina, Ministro delle Politiche Agricole: sconosciuto ai più, una star per il mio caro amico studente di Agraria. L’incontro ancora non inizia, anzi. Sembra che Matteo si sia dimenticato di noi. Ma all’improvviso ecco che entra, accompagnato dalla musica di Gianni Morandi. Gli applausi e le foto si sprecano. La superstar è pronta per salire sul palco. Martina e Renzi si siedono al centro di due ali di giovani pronti ad interrogarli su agricoltura, università e imprenditoria sociale. E le risposte ci sono tra qualche battuta e un po’ di retorica. Anche perché chi si aspetta da questi incontri una esaustività piena è leggermente ingenuo. Le risposte puntuali e precise non possono esserci e le poche vengono elargite tempestivamente da Martina, che rassicura sulle etichettature di latte e derivati. Renzi rimanda una maggiore precisione ad altri incontri. Tra una risposta e l’altra non mancano le frecciatine e le allusioni agli avversari politici più ostinati. Matteo ce n’ha un po’ per tutti. Non risparmia né l’altro Matteo né Beppe. Anzi, con Beppe ci mette il carico da undici. Il punto su cui insiste e calca la mano è il matrimonio fallito con Guy Verhofstadt, dell’ALDE: in un pomeriggio è saltato il passaggio del Movimento dal gruppo degli euroscettici, pronti a fare dell’Unione Europea un cimelio storico, a quello di coloro che abbatterebbero ogni distinzione nazionale per dare vita ad un vero e proprio stato federale. Matteo e Beppe non andranno in vacanza in Kenya insieme. Questo è certo.

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Ma la kermesse volge presto al termine. La superstar viene presto circondata da chi è alla caccia di un selfie che buchi la timeline dei propri amici o follower. Ci alziamo anche noi e ci dirigiamo verso la macchina commentando l’incontro e organizzando la serata.

Nel frattempo lui saliva sull’auto, mentre un piccolo capannello di contestatori cercava di avvicinarsi. L’Audi grigia, tra i due Suv della scorta, è così partita, pronta per un altro viaggio. Un altro incontro. Un altro show.

 

Cronache di un vecchio perugino

di Lorenzo Borzuola

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La curiosità di un uomo qualunque e delle sue tante avventure susseguitesi nel corso di un’intera vita è sempre un attività informativa che a volte riesce a farti sentire veramente compiaciuto e soddisfatto. Nel mentre che l’intera società è assorta in problemi più grandi che non tutti hanno il piacere di assistere e provare, almeno non in maniera fisicamente attiva, qualcun altro preferisce farne a meno di tutte queste notizie che come venti febbrili si abbattono sopra le case e nella quotidianità del semplice cittadino. A volte c’è solo bisogno di una buona storia e qualcuno disposto a raccontarla, per allietare e iniziare così una buona giornata. Questo è il motivo per il quale la redazione di Der Zweifel è felice di proporre al lettore una rassegna di vicende avvenute a uomini comuni, non inclini né alla troppa politica o alla troppa violenza. Uomini che con il lavoro e continue esperienze hanno arricchito la loro vita e quella di altri. Siamo veramente lieti di far rivivere anche a voi un po’ di quelle vicende che noi già abbiamo avuto l’onore di ascoltare. Storie così pure e oneste che sarebbe un vero peccato se andassero perse invece d’essere narrate e gustate anche da più persone. E se all’inizio potrebbero non sembrarvi chissà che, riflettete, e pensate che forse erano altri tempi, che per un singolo individuo sono tanto e l’unica cosa che conta, magari la più importante e incredibile che possa essergli capitata. Non andate a cercare subito una morale, quella potrò darvela io. Non gettatevi con immediatezza a trovare un senso. Prendetela per quello che è: una piccola e semplice storia.

Come inizio a questa rassegna, la nostra curiosità si è soffermata sulla vicenda di un vecchio personaggio abitante della città di Perugia. Il suo nome è Osvaldo; il cognome non sarà certo importante, importanti sono le sue parole. Egli è nato a Perugia nel 1922. Ora ha 94 anni e preferisce starsene lontano dai parenti che preferisce vedere solo due o tre volte la settimana. In quella casa a due piani è nato, cresciuto e sposato, e in quella stessa casa ha deciso di rimanere fino all’ultimo, troppo vecchio e troppo affezionato per lasciarla vuota. Tra una chiacchierata e l’altra, tra sue infinite esperienze come lavoratore e militare, c’è un aneddoto che vi proponiamo e che meglio, a nostro parere, descrive gli anni più gloriosamente bui del nostro paese. Gli anni della guerra e del totalitarismo, gli anni in cui si viveva sotto un governo rigido e violento ma tu, giovane ragazzino, trovavi comunque il tempo di sfuggire alle regole e goderti la vita, fuori dalle barriere sociali, dalle imposizioni e dalla politica, contrassegnata da nomi di un passato tanto imponente quanto sepolto sotto i millenni e da stoffe di camice monocromatiche. Questa è la sua storia, che cercheremo di trasporre fedelmente, come ci è stata raccontata.

La visita a Milano.

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La dittatura fascista esisteva in Italia ormai da dieci anni. Era il 1933 e Osvaldo era un giovane balilla di undici anni. Solo da un anno lavorava alla grande fabbrica di cioccolato che da anni dava lavoro agli abitanti della piccola città. La madre, la signora Colomba, o sora Colomba come da queste parti era uso chiamare le donne sposate, aveva lavorato in quella stessa fabbrica per quasi dieci anni ma un incidente non le aveva permesso di continuare. Un giorno, mentre stava lavorando alla macchina addetta all’impasto del cioccolato, la sua mano finì negli ingranaggi, così, tutta in solo istante, senza avere la prontezza di tirarla di sfuggire a quella morsa. Due dita furono completamente mangiate da quel mostro di ferro e così fu costretta a lasciare il posto che aveva occupato per tutto quel tempo. Niente di irreparabile, perché dopo neanche un mese la direzione fu così affranta per ciò che era successo che, oltre ad un risarcimento, offrì un lavoro al giovane Osvaldo che da studente con i calzoni corti diventava da quel momento un uomo lavoratore, come egli stesso fu felice di definirsi. Le giornate passate all’aria aperta, nei campi, a giocare a pallone per strada, si potevano dire terminate. Le ore in azienda erano tante e il ragazzo non aveva più tempo per spassarsela come una volta. Ritornato dall’azienda era costretto a svolgere qualche lavoretto domestico per aiutare la madre in casa, oppure faceva d’aiutante a suo padre nella bottega da falegname sotto casa. Il ruolo al quale era più predisposto, racconta, era quello di misuratore di bare; il padre o il vecchio zio costruivano una bara e lui ci si infilava dentro e ciò stabiliva se fosse un lavoro ben fatto oppure no. Dalle bare più grandi a quelle più piccole, sempre se ci entrava è chiaro. Sta di fatto che gli unici due momenti in cui poteva respirare un po’ erano quelli passati al cinema in piazza, dal quale usciva, lui e i suoi compagni, solo dopo aver rivisto lo stesso film due o tre volte e con un solo biglietto. L’altro passatempo era il dopo lavoro che la propaganda di stato aveva l’accortezza di organizzare e imbandire con eventi che a loro parevano interessanti. Il padre, già a quei tempi sessantenne, era uno schedato antifascista, abituato a dormire con un ronchetto sotto il cuscino, ma vista l’età e il modesto lavoro che praticava non aveva tante rogne dagli uomini del partito che aveva la piccola sede in centro città. Per la sora Colomba, non ne parliamo. Era sempre stata una lavoratrice non pratica alla parola o alla politica, cosa che non intendeva fino in fondo, e dopo l’incidente era rimasta a badare alla casa e ai figli dei fratelli o i nipoti del marito: ruolo di grande rispetto e prestigio in una famiglia. Il fratello più grande di Osvaldo, lavorava e seguiva le leggi che venivano imposte senza tante storie. Cosa poteva fare un ragazzino di undici/dodici anni, se non prenderla con la filosofia di un adolescente, specie in quell’epoca. Lavorare, onorare il padre e la madre e obbedire a superiori, sia fuori sia dentro la fabbrica. Perciò, se al lavoro doveva seguire precisi ordinamenti, all’esterno c’era chi pensava anche a quelli che non lavoravano, impartendogli lezioni sulla buona disciplina e organizzando manifestazioni ed eventi ai quali dovevano a tutti i costi partecipare. Ecco perché, dopo mesi di duro lavoro, la propaganda fascista perugina radunò quasi tutti i figli della lupa, i balilla e avanguardisti della zona metropolitana: con una decina di autobus stretti e scomodi, sarebbero dovuti arrivare fino a Milano, la meta precisa era la casa in cui era nato il movimento di Mussolini. Un vero e proprio esodo che dalle montagne dell’appenino avrebbe dovuto svalicarle fino ad arrivare nella piana, e li continuare per molti altri chilometri. Il giovane Osvaldo non era proprio indicato per questo genere di cose, se non per altro che, benché la giovane età, era già un sostenitore delle idee paterne lontano dagli schemi imposti. Eppure dovette andare: lui assieme ad amici fidati, tutti del borgo, vestiti di nero in una giornata di sole, rispondendo al saluto quando ce n’era bisogno. Il viaggio? Interminabile e straziante, tanto che per respirare avevano forato il tettuccio del Bus perché un altro po’ d’aria potesse arrivare. Partirono alle quattro di mattina e solo verso mezzogiorno poterono sgranchirsi un poco le gambe ad una piazzola, per poi ripartire subito e percorrere i restanti quaranta chilometri che li separavano dalla grande città. Osvaldo non descrisse la città, i suoi monumenti, ma si limitò a dire, in verità, come una volta arrivati lì, lui e altri quattro, rimasero eccitati dalla sola vista di un cartellone pubblicitario che sponsorizzava una più avvincente manifestazione. Chissà come e perché quattro ragazzi di una piccolissima città del centro Italia tifassero il Torino, eppure il cartellone parlava chiaro e loro erano fomentati alquanto. Quello stesso giorno, a solo poche ore di distanza, allo stadio, avrebbe preso luogo lo scontro tanto atteso tra Inter e Torino. Forse perché erano solo dei ragazzini incoscienti, forse perché un umbro, o meglio, un perugino, è un essere chiuso e un po’ scontroso, non avvezzo agli ordini e alla disciplina. Sta di fatto che dalle lunghe file di balilla, Osvaldo e i suoi amici non ci pensarono due volte e mandarono al diavolo la casa del fascio e svignandosela come topi, raggiunsero il primo tram che trovarono. Fu proprio una fortuna che il mezzo era proprio quello che li avrebbe condotti alla meta tanto ambita, e così si ritrovarono ai piedi dello stadio fregandosene di tutto e di tutti. La loro fuga non fu vista da nessuno dei responsabili e restarono a Milano fino a quando la partita non fosse terminata e i dieci autobus fossero di già ripartiti. Si erano fatte le nove di sera, cosa potevano fare se non andare alla stazione e prendere il treno. Il viaggio di ritorno fu peggiore di quello d’andata. Sarebbero arrivati solo alle undici del mattino seguente, ma fortunatamente per Osvaldo riuscì ad infilarsi in un porta pacchi sopra gli scomodi sedili in legno. Una lunga dormita disteso sulla superfice di legno gelido, prima di tornare al paese ed essere punito per insubordinazione. Olio di ricino e tre mesi al reparto caramelle, uno dei più duri.

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Addio al Mago Zurlì e a Tomas Milian

di Lorenzo Borzuola

Non c’è da dire molto sul conto di questi due personaggi dello spettacolo recentemente scomparsi e a distanza di poche ore l’uno dall’altro. Sebbene avessero appeso al chiodo la loro professione ormai da svariati ani e fossero spariti senza tanti convenevoli, rimangono due volti storici della nostra cultura, cinematografica per uno e televisiva per l’altro. Due uomini d’intrattenimento nati in paesi diversi, con diversi ideali e portati a fare due cose diverse che non li avrebbero mai portati a incontrarsi, questo è più che certo. Ma nella mente e immaginazione di un bambino a cui piace il cinema, questo legame poteva essere saldato con più facilità, sfidando la noiosa realtà.

Felice Tortorella, in arte Cino, e Tomás Quintín Rodríguez Milián, alias Tomas Milian, sono volti noti nel cinema e nella televisione italiana. Sebbene più giovane, Milian si è spento alcune ore prima a Miami, dove viveva. Non credo di aver mai amato il personaggio di Nico Giraldi nè di quello de “Er Monnezza”, a mio parere esempio di farse sempliciotte, scurrili e senza freno; ma rendevano bene a quei tempi perciò era difficile fermare l’onda di guadagno. No, tutt’altro. Per quanto mi riguarda, la vena attoriale di Milian va ricercata altrove, nei ruoli in cui nessuno avrebbe mai creduto di riconoscerlo e solo nel momento in cui te ne rendi conto capisci che il ruolo del volgare poliziotto romano gli andava un poco stretto. Non una bravura prorompente ed energica, tuttavia una figura di interesse, anche se solo di contorno a volte, leggera e mai d’intralcio. Protagonista e interprete, caratterista apprezzato in centinaia di film sia italiani sia in opere straniere, sottoposto alle regie più svariate, da Monicelli a Spielberg, da Liliana Cavani a Dennis Hopper, da Carol Reed a Corbucci. Un Pezzo di cinema che se ne va.

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Assieme a lui, un pezzo di TV che non tornerà più. Chi può dimeticare le nuemrose partecipazioni televisive di Tortorella, per quelli un pò più giovani, diciamo così, ricordato meglio come Mago Zurlì, presentatore de Lo Zecchino d’Oro, programma canoro che tanta gioia e felicità riponeva negli animi degli spettatori, giovani e grandi, piccini o già decrepiti. Insomma, chi lavora per un sorriso e solo per un pò d’intrattenimento giornaliero, ha già fatto tanto nella sua vita e io voglio ricordare questi due personaggi per aver portato nella mia infanzia e in quella di molti altri, un pò di gioviale spensieratezza.

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Liebster Award 2017

Il Liebster Award è un premio virtuale, un riconoscimento che viene attribuito da alcuni blogger ad altri blogger con lo scopo di dare visibilità a quei blog che sono nati da poco o che comunque non hanno ancora una fitta rete di lettori a sostenerli (quelli con meno di 200 followers).

Per partecipare si deve:

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Liebster Award 2017
  • Pubblicare il logo del Liebster Award sul proprio blog
  • Ringraziare il blog che ti ha nominato e seguirlo
  • Rispondere alle sue 11 domande
  • Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers
  • Formulare altre 11 domande per i blogger nominati
  • Informare i blogger della nomination.

Il blog da cui siamo stati nominati e che ringrazio a nome di tutti gli Autori è L’ultimo spettacolo, un cineblog collettivo irrinunciabile per gli appassionati dell’immagine in movimento! Passate a fargli una visita!

Le domande!

Sono nato nell’anno di (indicare un film uscito quell’anno)

  • Ettore Arcangeli: L’anno di Toy Story.
  • Lorenzo Borzuola: Sono nato nell’anno in cui uscì Pulp Fiction. Veramente ci sarebbe anche Il Postino, ma è bello eccitarsi.
  • Lorenzo Cavallo: Sono nato l’anno de L’esercito delle 12 scimmie.

Regista preferito

  • A: Mi piace come Damien Chazelle stia facendo ottimo cinema.
  • B: Tra Kubrick e Leone, nella mia testa, se la contendono. Ma alla fine scelgo sempre Mr. K.
  • C: Paolo Sorrentino.

Due film che mi mandano in sollucchero

  • A: Whiplash -scontato dopo la risposta di prima- e quella meravigliosa cazzata di The Interview. 
  • B: I due film che più mi mandano in sollucchero sono C’era una volta in America e 2001: Odissea nello spazio.
  • C: La Mosca e Il Fantasma dell’Opera.

Il mio guilty pleasure cinematografico

  • A: Eh?! (ricerca su Wikipedia) Ah, ok… direi Vacanze di Natale 2000, l’unico cinepanettone che continua a piacermi nonostante abbia passato i tredici anni.
  • B: Il mio Guilty Pleasure? Non sapevo di averne uno. Ma ora che ci penso bene non saprei proprio.
  • C: Meryl Streep.

Un film che odio

  • AInterstellar, perché il finale non ha senso. Quelli scoprono come muoversi in altre dimensione e la povera nonnina deve morire in ospedale?!
  • B: Ogni film fatto non dev’essere odiato ma rispettato per quello che è, perché può sempre cambiare la nostra visione del mondo. Per questo non odio Kill Bill, proprio non lo posso sopportare neanche dieci minuti.
  • C: Urban Cowboy.

Supereroi, strappalacrime o nessuno dei due?

  • A: Supereroi, ma non troppi.
  • B: Non amo l’idea che debba affidare la mia vita ad un uomo che si cambia in una cabina. Strappalacrime tutta la vita.
  • C: Strappalacrime.

L’attore/l’attrice che quando lo/la vedo… *WOW*

  • A: Emma Stone, che mi ha rapito in Birdman e ha una luce meravigliosa.
  • B: Attori ce ne sono tanti. Troppi. Ma non mi dispiacerebbe perdere per un secondo la mia virilità di fronte a Gianmaria Volontè. Per lo stesso motivo la riotterrei all’istante se dovesse passarmi davanti Meryl Streep.
  • C: Ralph Fiennes.

Morricone o John Williams?

  • A: Morricone!
  • B: Metodi di composizione e uso degli strumenti molto differenti tra i due. Forse perché è davvero un mito, o forse per un fattore patriottico: Morricone per la scelta dei suoi temi, a mio parere, molto più gloriosi e epici di quelli di John Williams.
  • C: Ennio Morricone.

Yasujiro Ozu è: un grande regista giapponese, un condimento simile al wasabi

  • A: Ti sei traditomettendo nome e cognome!
  • B: Potrei spifferare l’altra verità, però mi limito a dire che lo sono entrambi. Sono la stessa cosa e persona.
  • C: Un regista.

Il film che mi vergogno di dire che non l’ho mai visto

  • A2001: Odissea nello spazio.
  • B: Vista l’eccitazione che sempre ne deriva parlandone, me ne sto zitto e annuisco. Non ho mai visto Solaris.
  • C: La corazzata Potëmkin.

Ultimissimo film visto prima di oggi

  • A: Tre uomini e una gamba.
  • B: L’ultimo film visto è, a dire la verità, un documentario, ma lo si gode come un vero bel film: Pino Daniele, il tempo resterà.
  • C: Lawrence d’Arabia.

I blog che consigliamo

  • diserieZero: scrittrice intensa e interessante;
  • PAROLE LORO: pillole d’attualità coronate dalle parole esatte dei protagonisti;
  • Silvia’s Wanderlust: blog di viaggi di  una simpatica ragazza umbra che riesce a fare innamorare di ogni posto che racconta;
  • Garden Tourist: blog di giardinaggio, ammetto di essere stato un po’ snob all’inizio ma la meraviglia della natura che flirta con l’ingegno umano non può che prendere poi il sopravvento;
  • guardandolalunadaunacruna: poesia sublime;
  • Rock’N’Blog: uno sguardo attento e riflessivo su cinema, fumetti e serie tv, e soprattutto sul nucleo tematico del blog, la musica;
  • Travel Diary of Roxy: a great traveller to follow;
  • wwayne: se c’è qualcuno che sa di cinema, scrive in questo blog;
  • ROSSOPEPERONCINO: perché tutti mangiamo, ma non tutti sono capaci di cucinare;
  • Un po’ di pepe: l’identità italiana in Canada spiegata ai canadesi, ma anche a noi italiani;
  • Blondie: una poesia passionale e travolgente come poche.

Le nostre domande!

  1. Un film che ti provoca un riso amaro.
  2. Scrittore preferito.
  3. Un libro, un film o un dipinto che rappresenta al meglio il tuo modo di essere.
  4. La città dove vorresti vivere.
  5. Frontiere aperte o chiuse?
  6. Teatro o cinema?
  7. Sabato o domenica?
  8. Il luogo simbolo dell’infanzia.
  9. Politica o antipolitica?
  10. Are you fake news?
  11. Stand up comedy o Bagaglino?

Ora tocca a voi!

Donne dell’Est

di Ettore Arcangeli

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Di questi tempi trovare una persona che si dica giusta per navigare il mare della vita è difficile a trovarsi. Si è tutti di fretta per essere i primi ad avvistare terra. Ma qualcuno invece ancora si impegna per cercare qualcuno con cui rendere più sopportabile questo viaggio. Disperdendo però le proprie energie inutilmente.

In questo mare magnun umano, dove nessuno, tranne rare occasioni, si ferma più a contemplare gli altri, c’è però ancora qualche sognatore. Tranquilli, non è una mia dichiarazione di poetica (e nemmeno d’amore -non sono Fabio Volo) ma una divertita affermazione. Sì perché c’è gente a questo mondo che pur di non ritrovarsi da solo con se stesso si barcamena in rapporti non-tradizionali. Tranquilli, non c’è nessun attacco delle truppe dell’esercito gender all’orizzonte. Anzi, l’esercito che si avvicina deve far temere tutte quelle brave e simpatiche ragazze dell’italica stirpe. Non si tratta delle migranti dell’Africa nera, né delle timide donne d’Arabia. È un esercito sexy, “niente tute e pigiamoni”. Sono le donne dell’Est! Fosse stato vivo al giorno d’oggi, il padre di Branduardi non avrebbe certamente comprato un topolino. Avrebbe usato quei due soldi per comprare un anello da mettere al dito di una bella bionda nata dall’altra parte della storica cortina di ferro. Sì, perché le donne dell’Europa orientali sono la nuova tendenza nel campo delle unioni matrimoniali. Le loro quotazioni stanno salendo alle stelle. E dei grandi indagatori della realtà, come quelli che lavorano a Rai 1, non potevano lasciarsi sfuggire questo interessante fenomeno sociale senza sviscerarlo davanti al tranquillo e attento pubblico del sabato pomeriggio. Così è stato. E sulla rete nazionale per eccellenza del servizio pubblico, pochi giorni dopo la festa delle donne e tutta quella retorica, è andato in onda questo.

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Tutto molto bello.

Anzi, meraviglioso…

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Chuck Berry, padre del Rock

di Lorenzo Borzuola

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Agli amanti della musica nuova, esclusivamente di quella all’avanguardia, moderna e inarrivabile, suonata nelle discoteche dove l’incessante ritmo pulsante mette tutti in una condizione di adrenalina ed eccitazione, ricordatevi che tutto ha un proprio passato e delle basi profondamente ben radicate nel sottosuolo di quella musica, a detta di molti, superata, surclassata, ma che resta e resterà sempre quel punto ben preciso, prediletto dal quale tutto ha avuto inizio. E non solo ora ma soprattutto in epoche precedenti, quando negli anni settanta, ottanta e novanta si faceva uso di nuovi ritmi musicali ma che comunque avevano sempre un legame forte con quella più antica; la musica dei pionieri, quella mescolata ai canti degli schiavi, allo spirito folclorico, alle note classiche di un Bach o un Beethoven, ai ritmi ricercati di molte altre culture che si mescolarono fino ad arrivare a generi divenuti poi classici intramontabili e scuole di vita e apprendimento. Dalle musiche popolari si passò a un rinnovamento fatto di regole e note ben precise, più suntuose con la musica classica. Da lì, con il passare degli anni, le crisi economiche e sociali, le discriminazioni, il mix di etnie e popoli in un unico grande calderone, hanno aperto la strada a canti lamentosi che descrivevano il dolore di un preciso gruppo etnico. Il gospel e il blues, nelle zone più oscure d’America, radicarono con insistenza e con l’intenzione di accrescere la propria importanza, fino ad arrivare allo stile jazz e infine al Rock più maturo, duro, crudo e scandito da una melodia rabbiosa, elettronica e tamburellante. Ma anche i più noti musicisti Rock, e non solo, si sono inchinati, e di quelli rimasti, s’inchinano ancora difronte a uno dei padri pellegrini di questo genere, in queste ore scomparso.

Chuck Berry aveva novant’anni quando si è spento nella sua casa in Missouri, luogo che l’ha generato e nel quale si era fatto le ossa tra lavoretti di vario genere, episodi d’illegalità che fecero di lui un uomo dal carattere forte e difficile. Tutti conoscono le sue canzoni, ognuno di noi ha, almeno una volta, ascoltato un suo pezzo, senza mai sapere chi fosse; sono motivi talmente sentiti che non ci si fa più caso, come quando si sente un pezzo di Beethoven e tutti iniziano a fischiettarlo, a canticchiarlo, non sapendo nemmeno chi sia il compositore. Berry, pioniere instancabile, ha fatto della sua musica un genere rivoluzionario, alla pari di un Mozart o un Beethoven, creandosi presto attorno a se una schiera sempre più ampia di ammiratori e imitatori che ne hanno ripreso lo stile facendolo proprio. Nato a Saint Louis nel 1926, Chuck Berry alternò la prima fase della sua vita con lavoretti saltuari e i locali notturni della città, dove andava a suonare. L’incontro con Muddy Waters lo portò a Chicago, dove perfezionò il suo stile e dove poté mettersi in contatto con altri personaggi della musica che lo avrebbero ben presto portato al successo. Incise “Roll Over Beethoven” e da quel momento la sua vita cambiò definitivamente, a tal punto che neanche il seguente episodio di prigionia, per aver abusato di una minorenne, spense in lui la voglia di continuare a fare musica e diventare ben presto un punto di riferimento per numerosi artisti più giovani che a lui dovettero la loro ispirazione, tra questi va ricordato il gruppo inglese dei Beatles, i Rolling Stones. Dagli anni sessanta agli anni ottanta la sua fu una carriera fatta di enormi successi, quali “Johnny B. Goode, usata in “Ritorno al futuro” quando Marty Mcfly suonandola anticipa lo stesso Berry di qualche istante, School Days, You Can’t Catch Me, My Ding-a-Ling o You Never Can Tell, quest’ultima resa ancora più celebre nell’immaginario cinematografico di Quentin Tarantino che la volle usare in “Pulp Fiction” per la scena della gara di ballo. Insomma, un’icona del Rock’n Roll che, seppur ci lasci fisicamente, non sarà mai dimenticata e i suoi pezzi continueranno a rockeggiare per ancora molti anni.