Può un Isis amare?

di Ettore Arcangeli

How Russian Respected Professor's Son Became ISIS Terrorist?

Dolore. Paura. Sofferenza. Morte. Sono solo alcune delle simpatiche conseguenze delle attenzioni degli amici dell’Isis. Si è seguito increduli l’evolversi della stragi di Parigi, Berlino, Nizza, Charlie Hebdo, e Manchester. Come può una persona abdicare così alle gioie della vita? come può venire in mente a qualcuno di compiere una strage in nome di Dio, ovunque o chiunque esso sia? Sempre che sia poi…

La vita degli uomini e delle donne del Califfato deve essere grama, meschina e vuota. Accecati dall’odio così come sono, come possono condurre una vita che si dica degna di essere vissuta? Probabilmente non ci riescono. È forse per questo che si votano al martirio. Probabilmente la loro identità è così annichilita che nemmeno ne sentono il bisogno, di vivere. Forse, confrontandoci con loro, faccia a faccia, ne avremmo pure pietà. Sì, pietà. Non rancore. Non quel sentimento autodistruttivo. Pietà. Pietà perché hanno abdicato alla vita in nome dell’ideologia della morte. Ideologia che li fagocita e li annienta. Ideologia che li trasforma da persone in armi.

Sarà il mio temperamento pacifico, la mia gioventù, la mia voglia di vivere, conoscere, fare nuove esperienze in continuazione, che mi impediscono di comprendere a fondo cosa ci sia dentro quelle persone. Perché qualcosa dovrà pur esserci oltre all’odio cieco. O no?

In una società come quella del Califfato, c’è spazio per l’amore? L’amore, non solo quello romantico, è il sale della vita. Sembra essere una caratteristica intrinseca all’uomo quella d’amare (come purtroppo quella d’odiare) perciò dovrebbe far parte anche della realtà del Califfato.

Tra le violenze della guerra e gli orrori dell’estremismo qualche storia d’amore ci sarà anche stata. È anche comprensibile dato che tra tutti gli abitanti del Califfato ci saranno persone estranee a quella follia quotidiana che devono però subire. Tra la fame, la sete e l’incombente sagoma della morte, l’intrattenere dei rapporti umani è l’unica cosa che può dare un senso non puramente animalesco alla vita umana.

Immaginarsi però coloro che sono caduti sotto il dominio del Califfato, i civili inermi, come persone capaci di provare sentimenti è facile. Anzi, è proprio questo che smuove le coscienze in Occidente. Più difficile è immaginarsi che uno dei tanti tagliagole apparsi in video negli ultimi anni possa provare dei sentimenti umani.

Pensare che questi boia abbiano degli affetti sembra impossibile. Ma probabilmente anche loro saranno vittime di questa debolezza umana.

Tornato a casa un miliziano ritrova la moglie, i figli, forse i genitori e qualche parente, qualche amico fidato. Posate le armi di ordinanza bacia e abbraccia quelle persone che per lui rappresentano il suo mondo. Combatte per loro. Per dargli sostentamento e per farli vivere in quello che crede possa essere il mondo ideale. Ma l’amore può spingere a desiderare che il proprio figlio impari l’arte della guerra prima dell’alfabeto? Può spingere a desiderare che il proprio figlio si conceda al martirio prima di raggiungere l’adolescenza? Può spingere a concedere la propria bimba in sposa a uomini più grandi solo per dei precetti religiosi? Anzi, può spingere a concedere la propria bimba in sposa? Può spingere a commettere stragi e crimini di guerra?

Non so dare una risposta. Ma spero di no.

L’unica cosa che so è che ognuno di noi ha una diversa sensibilità. E sono certo che tra le migliaia di miliziani del Califfato ce ne è almeno uno che tentenna, che dubita, che si pente, che vorrebbe farla finita con quello schifo. Come sono certo che qualcuno gode e se ne compiace.

Io confido nella fragilità dell’animo umano. Che convinca gli incerti a fuggire da quella realtà. Insieme a chi vi si crede costretto per motivi familiari o, puramente, geografici.

Confido nella parte migliore dell’animo umano, sedata e sepolta dal peggio che l’uomo possa offrire.

Forse a qualcuno sembrerà una riflessione eccessivamente buonista. Ai meno attenti e più superficiali parrà un bieco tentativo di giustificare atrocità ingiustificabili.

Invece è solo un interrogarsi.

C’è ancora dell’umanità in quelle persone?

Può un Isis amare?

Chiedimi se sono felice

di Ettore Arcangeli

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Dopo Tre uomini e una gamba e Così è la vita è il turno di Chiedimi se sono felice.

Il terzo film del trio comico più famoso d’Italia racconta la storia di tre amici, tra tradimenti, amori, bugie e la volontà di portare in scena un’opera teatrale: il Cyrano de Bergerac, celebre commedia francese in cinque atti.

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La storia si svolge su due linee temporali differenti. Nel 2000 quelli che erano grandi amici non si parlano e vedono più da tempo, fin quando Giacomo si presenta da Giovanni con una terribile notizia: Aldo sta male. Pochi anni prima, nel 1997, i tre erano amici inseparabili: Aldo faceva la comparsa alla Scala; Giovanni il mimo nei grandi magazzini; Giacomo il doppiatore, ricoprendo ruoli totalmente insignificanti. Li unisce la passione e la voglia di fare teatro, impegnandosi a fondo per inscenare il Cyrano.

La storia è più che mai di dominio pubblico. Chiedimi se sono felice è infatti uno dei film più di successo del cinema italiano. Dilungarci sull’evoluzione della trama sarebbe inutile e forse noioso. Molto meglio rivedersi il film a questo punto. E non sarebbe tempo perso, nemmeno se fosse la milionesima volta (magari potessi vivere tanto!).

Andiamo oltre.

Se Tre uomini e la gamba ci presentava i nostri tre eroi in viaggio insieme da nord a sud e, se in Così è la vita il trio affrontava un viaggio paradantesco, in questo terzo film sono Giovanni e Giacomo che si mettono in viaggio, accompagnati non più da Aldo ma da Marina Massironi. Aldo, in questo caso, è la meta.

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Il viaggio è reso complicato dalla tensione che c’è tra Giovanni e Giacomo. Tensione nata dopo che Giacomo ha baciato Marina, al tempo compagna di Giovanni. La presenza di Marina non aiuto. Anche Aldo era stato fatto uscire da Giovanni dalla propria vita: a conoscenza del tradimento dell’amico è stato zitto e quando la questione è venuta alla luce, per la sua mancanza di serietà, ha ridicolizzato il dolore dell’amico. Ma l’aver condiviso tante avventure insieme e l’essere stati grandi amici è per Giovanni un motivo sufficiente per raggiungerlo al capezzale.

La vicinanza obbligata tra Giovanni e Giacomo riesce però ad appianare le loro divergenze e a normalizzare i rapporti. Ed è questo viaggio, che fa da cornice alla storia ambientata tre anni prima, pieno di momenti significativi di quest’amicizia. Sembrerà sciocco quasi infantile, ma il momento simbolo della riappacificazione è segnato da una cochina bella fresca. Un panino e una bibita condivisi riescono più di mille parole. Perché la vera amicizia è questa: si basa sulle piccole cose, sui piccoli momenti; può superare ogni difficoltà, ogni incomprensione.

L’amicizia e l’amore sono due colonne portanti del film, più che nei precedenti. La presenza di più figure femminili poi, aumenta le possibilità dell’intreccio narrativo. Aldo legato a Silvana, non può resistere al fascino di Dalia, ma nemmeno vuole lasciare di persona Silvana. Giacomo, come detto prima, si incarica di scaricarla ma prima vuole conoscere Daniela, la coinquilina di Silvana. Una cena tutta dedicata al tentativo amoroso di Giacomo non può che essere a tripla coppia. La terza amica, portata anche lei per pareggiare i conti, è però Marina. Così tra i due nasce una dolcissima storia d’amore. Per Giacomo invece nulla da fare. Anzi. Fa pure una figuraccia enorme versandosi addosso un’intera bottiglia di vino, nell’intento di stordire un rapinatore che aveva fatto irruzione.

Si potrebbe andare avanti a parlare del film e di ogni sua scena per ore e ore. Dall’analisi di Teorema di Marco Ferradini al supermercato per spiegare a Giacomo come si fa con le donne, alla partita di basket notturna coi vigili urbani. Dalla teoria del piano inclinato alla realizzazione del sogno dei tre amici di portare a teatro il Cyrano de Bergerac.

Joseph Pujol: l’arte della scorreggia

di Lorenzo Borzuola

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Joseph Pujol, conosciuto con il nome d’arte “Le Pétomane”. Chi di voi ha mai sentito parlare di quest’artista? Non molti conoscono la sua storia, e a pochi giorni dalla sua data di nascita è bene rinfrescarvi la memoria. La vita di questo strano individuo è rimasta celata ormai da troppo tempo; quasi sicuramente subito dopo la sua morte avvenuta nel 1945 a Marsiglia. Facciamo un passo indietro, fin dalle origini del nome.

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Joseph Pujol nacque a Marsiglia da una famiglia della piccola borghesia il 1° giugno 1857. Dopo aver abbandonato gli studi, inizia a lavorare come panettiere ma qualcosa di veramente importante e inconsueto cambia definitivamente la sua vita. A largo di Marsiglia, infatti, Pujol è in barca con alcuni amici per una tranquilla gita in mare. Dopo una nuotata si accorge che l’acqua gelida stava penetrando nel suo corpo passando per il retto. Corre sulla riva e tutto impaurito si rende conto di come l’acqua, che prima era entrata, ora stava uscendo nuovamente dal posteriore.  Venne rassicurato dai dottori che lo stimolarono a non preoccuparsi, che era tutto quanto in ordine. Quello era l’inizio di una scoperta formidabile per Joseph, il quale, incuriosito e col tempo sempre più esperto, prese a esercitarsi in quella nuova abilità. Riusciva, infatti, a risucchiare acqua o altri liquidi solamente tramite l’uso dell’ano e dallo stesso gettarla fuori come se niente fosse. Una volta concluso il servizio militare imparò anche ad aspirare aria ed emetterla senza provocare alcun fastidio olfattivo. Insomma, divenne ben presto famoso per le vie di Marsiglia, in cui si divertiva a intrattenere il popolo curioso e stupefatto; eccitato a tal punto da spargere ben presto la voce in tutta la regione. Furono allestiti cerimonie e piccoli spettacoli dove il giovane Pujol poté esibirsi maggiormente prima del fatidico 1887: anno in cui, dopo uno spettacolo in città, riportò talmente tanto successo da chiederne dell’altro. Sapendo che la sua bravura non era cosa di tutti i giorni si trasferì nella capitale in cerca di maggior fortuna.

Il fondatore del celebre teatro del Moulin Rouge, Charles Zidler, captò quel curioso artista come possibile star dei suoi spettacoli. Pujol fu assunto e negli anni che ne seguirono il suo nome si sparse come una folata di quelle sue arie per tutta Europa. Il mondo conosciuto della Belle Epoque stava cambiando modo di vivere, tecnologie e la modernità era il motore principale per una società occidentale ancor più avanzata. Un diverso modo di concepire arte faceva senza dubbio parte di quella rivoluzione sociale e culturale. Pujol ottenne un così grande successo da permettersi uno degli stipendi più alti all’interno del teatro. Il suo nome, da quel momento, fu ricordato con quello de “Il Petomane”, abile in spettacoli di “petomania”.

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Scrittori e altri artisti accorsero a vedere una di quelle strane prodezze che il petomane portava quasi tutte le sere sul palco del Moulin Rouge. Personalità importanti come Sigmund Freud, il re Edoardo VII e il re del Belgio Leopoldo II ebbero l’onore di assistere a una delle sue esibizioni. Pujol non era bravo solo nelle imitazioni di animali o fumare e bere dal posteriore. Il suo programma serale spaziava da un’accurata rivisitazione dei peti nelle diverse classi sociali a vere e proprie riproduzioni anali di famosissimi classici della musica come “La Marsigliese”, “O sole Mio”, “Rapsodia Ungherese” e “Au clair de la lune”. Vale a dire, il meglio sulla piazza era reinterpretato a suon di scorregge da questo talentuoso artista flatulento. Il successivo fallimento avvenne a causa del suo licenziamento dal teatro e a causa di continue proteste da parte di alcuni moralisti che si erano spinti fin dentro il Moulin Rouge a criticare la sua arte, ritenendola demoniaca e volgare.

L’altro motivo che lo portò ad abbandonare definitivamente le scene e la città di Parigi fu lo scoppio della prima guerra mondiale, per la quale non ne espresse troppo entusiasmo. Ci sarebbe da aggiungere un simpatico aneddoto anche su questo, o meglio una specie di barzelletta che fa di Pujol una specie di mito. Pare che l’inizio dello scontro bellico non fu dato dall’uccisione dell’arciduca d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando, quanto a Pujol stesso. Assunto dal re di Francia per deliziare con uno spettacolo di petomania i suoi ospiti, il re d’Inghilterra e quello di Prussia, Pujol pensò giusto e divertente onorarli con i rispettivi inni nazionali, suonandoli, naturalmente, con una scala accordata di peti. Ciò che ne derivò fu un baccano inaudito che portò appunto alla guerra. Una cosa terribile, certo, ma estremamente eccitante se davvero fosse avvenuta; Pujol sarebbe divenuto eterno e con lui la sua arte. Invece tornò a lavorare come fornaio nella sua Marsiglia. Poco tempo prima della sua morte aprì una fabbrica di biscotti a Tolone. Dell’esibizione al palazzo reale no n ci sono fonti certe e sicuramente ciò non è mai avvenuto.

A riportare al passato splendore il nome di Pujol, furono due film biografici che parlano appunto della vita di quest’artista eccezionale. Nel 1979 Ian MacNaughton scrisse e diresse un piccolo lungometraggio intitolato “Le Pétomane”. Ugo Tognazzi vestì i panni dell’artista francese alcuni anni più tardi con il film “Il Petomane”, diretto da Pasquale Festa Campanile. Per quanto possano essere spiritosi e abbastanza fedeli alla sua vita, sono film già vecchi e catalogati. C’è bisogno di aria nuova perché il mondo possa riscoprire il grande, l’unico e inimitabile Joseph Pujol, le Pétomane.

Così è la vita

di Ettore Arcangeli

È dicembre 1998 e nelle sale italiane come di consueto è il clou della stagione cinematografica. L’occasione perfetta per Aldo, Giovanni e Giacomo per far uscire il loro secondo lavoro.

Così è la vita è un film molto diverso rispetto a Tre uomini e una gamba. Più profondo, più introspettivo, più filosofico e meno “teatrale”, questo film è meno antologico del precedente e sicuramente più coeso. Se il viaggio da Milano a Gallipoli diverte sempre questo secondo lungometraggio lascia spazio talvolta ad un riso più amaro del solito. Credo l’abbiate visto tutti, ma nel caso vi mancasse guardatelo. Ora. Prima che vi racconti la storia!

così è la vita al john jack

Il film, come Tre uomini e una gamba, inizia presentando Al, John e Jack. Questa volta non devono ammazzare Kennedy, ma sono ai lavori forzati. Ovviamente si tratta sempre di metacinema: gli spettatori sono i carcerati di San Vittore, tra i quali c’è Aldo, detto Bancomat, falsario capopopolo che finisce di raccontare il film quando la pellicola si distrugge. Giacomo è invece un poliziotto, che vive con la famiglia della sorella sognando di fare lo scrittore. Giacomo, insieme al collega Catanìa, deve scortare Aldo in tribunale. Catanìa però lascia Giacomo da solo in auto con Aldo che lo prende in ostaggio. Giovanni, inventore di giocattoli a cui è stata rubata l’auto, in cerca di aiuto, incontra proprio la pattuglia dirottata da Aldo e viene preso anche lui in ostaggio.  Comunque il nostro Giacomino riesce ad avvertire il comando di polizia e parte la caccia all’uomo. Nel frattempo il Catanìa, che si era allontanato per andare dall’amante, ovvero la moglie di Giovanni, deve trovare una bella scusa per non essere là: picchiato e abbandonato.

Durante la fuga Aldo si troverà a doversi confrontare con il miracolo della vita: essendosi vestito da poliziotto viene fermato da un uomo, la cui moglie sta per partorire. Tra poca modestia e paura che gli ostaggi fuggano il bambino nasce.

Dopo questo momento di gioia la fuga di Aldo si complica per l’arrivo di pattuglie ed elicotteri. Per seminarli prende una strada sterrata,  in mezzo al bosco, che però porta ad un precipizio.

L’auto cade giù ma i tre si salvano, perché scesi in corsa. Creduti morti, continuano così a piedi, fino a quando Aldo li libera. Sono ormai amici, e proprio Aldo chiede ai nuovi amici una mano per migliorare la propria vita. Devono aiutarlo con Clara, la solita Marina Massironi, una ragazza che i tre incontrano in un cimitero della campagna che stanno attraversando. Aldo l’ha invitata a cena. Giovanni e Giacomo lo aiuteranno a prepararsi e a cercare di fare bella figura.

Tutto il gruppo ritorna a Milano, ognuno deciso a riprendersi la propria vita. Giovanni e Giacomo scoprono però di essere stati subito dimenticati, e insieme ad Aldo e Clara decidono di vendicarsi. Fatta giustizia, Clara gli rivela però di essere morti nell’incidente e che il suo compito è di scortarli in Paradiso.

così è la vita rivelazione

Da questo punto in poi ho sempre provato una forte emozione, ogni volta come fosse la prima. Sarà che sono sensibile ma il tema della morte viene trattato in una maniera bellissima. Sembrerà un ossimoro, ma non è così. Dopo la morte, ai tre amici, è stato concesso del tempo per capire cosa nella loro vita non andava e per cercare di “sistemare” le cose. Solo Aldo sapeva tutto, perché Clara glielo aveva rivelato il giorno del loro primo incontro.

La difficoltà di Giovanni ad accettare la sua morte, anche a fatto compiuto, è emblematica. È una reazione più che umana quella di negare la realtà quando questa non piace.

Sinceramente mi riesce difficile trovare le parole per esprimere quel misto di tristezza, malinconia, leggerezza e persino serenità, che provo guardando le sequenze finale di questo film che considero, per questo, un gioiello.

Lascio parlare allora i protagonisti. Forse è meglio.

Tre uomini e una gamba

di Ettore Arcangeli

È giunta l’ora di affrontare un viaggio. Insieme. Un viaggio che ci porti via dalla monotonia della quotidianità verso un mondo migliore. Non parlo della triste e terribile #bluewhalechallenge. Il viaggio che voglio affrontare insieme a voi attraversa l’Italia da nord a sud, arrivando fino alle porte del paradiso. Un viaggio così necessita ovviamente di una guida, e non potendoci permettere di scomodare il Virgilio delle Bucoliche bisognerà accontentarsi di un cicerone più modesto. Anzi, tre. La faccia corta che non voglio scocciarvi più. Nei prossimi giorni parleremo dei primi, e -a mio modesto parere- dei migliori, film del trio comico che ha più segnato la comicità italiana degli ultimi decenni: Aldo, Giovanni e Giacomo.

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Il loro esordio al cinema è fenomenale. Incassi al botteghino, biglietti staccatti, non sono argomenti che ci interessano. Basti solo pensare che ancora oggi questo film (e quelli di cui parleremo in seguito) passano ancora oggi in televisione, hanno ciclicamente un canale dedicato nelle pay tv, e continuano a fornire una quantità di spunti enormi per i meme. Questo ultimo punto è fondamentale, perché quando qualcosa diventa un meme vuol dire che appartiene a tutti.

Aldo, Giovanni e Giacomo sono riusciti infatti a entrare nella cultura pop italiana in maniera trasversale. Non importa se ora vivono una fase calante. Quel periodo a cavallo tra gli anni novanta e l’inizio del millennio, quando hanno raggiunto alcune vette irraggiungibili di comicità, ha segnato la loro immortalità. Il loro segreto? Una comicità fuori dal tempo, adatta a tutte le epoche. Una comicità che ha caratterizzato la mia infanzia e che mi è rimasta nel cuore. E per questo devo ringraziare mio padre.

Tante belle parole solo per introdurre Tre uomini e una gamba, il primo film del trio, da loro interpretato (ovvio), scritto e diretto insieme a Massimo Venier. Da segnalare nella squadra degli sceneggiatori anche Giorgio Gherarducci, membro della Gialappa’s band.

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Il film ha una storia semplice quanto efficace, nella quale vengono calati i migliori sketch degli spettacoli teatrali del trio. La struttura del road-movie è perfetta. Giacomo deve sposare la terza di tre sorelle, di cui le altre due già sposate con Aldo e Giovanni. Le tre sorelle sono figlie del datore di lavoro dei tre amici, Eros Cecconi, proprietario del Paradiso della brugola, il negozio di ferramenta dove lavorano i tre. Da Milano il gruppo di amici deve raggiungere la Puglia, dove il resto della famiglia li attende per i preparativi del matrimonio.

La prima scena del film non c’entra niente con quanto detto prima. Infatti le prime sequenze sono ambientate in quelle che pare essere, ed è, una città americana. È il 22 novembre 1963. Tre gangster devono ammazzare qualcuno e si appostano in una camera d’albergo. Da questa gag vedrà poi i natali il film del 2002 La leggenda di Al, John e Jack. Film che per qualche falla nella rete dello spazio tempo è quello che sta vedendo Giacomo, quando Giovanni lo chiama per mettersi d’accordo sul viaggio verso sud che dovranno affrontare il giorno dopo.

Così Giovanni va a prendere Giacomo per le 7:30, anzi 7:15 e insieme vanno da Aldo. Prima di partire però, oltre ad aspettare che Aldo finisca di fare la sua leggera colazione, i tre passano a ritirare un pacco per il suocero.

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È un Garpez: un’opera d’arte moderna che lascia tutti abbastanza perplessi, tranne Giacomino.  In fondo è una gamba di legno senza nemmeno le unghie. Giacomo loda, forse troppo precocemente, il gusto estetico del futuro suocero. Ma intanto il viaggio ha avuto inizio. E sono molte le scene che entreranno nella storia. Ma il resto del film non è un tranquillo resoconto di un viaggio autostradale. Infatti ad un certo punto Giovanni sente un rumorino metallico e decide di uscire dall’autostrada per cercare un meccanico. Svolta narrativa. La ricerca per le strade interne è infruttuosa. E si perdono. Rallentando ad un incrocio per capire che direzione prendere arriva da dietro un auto che li tampona. Entra nella storia Marina Massironi, che si unisce al gruppo nel ruolo di Chiara. Prima per pranzo -dato che il meccanico è chiuso- e poi al cinema -sempre per il meccanico chiuso. Fortunatamente danno un bel film neorealista di Remo Garpelli. È un altro degli sketch classici del trio. Meraviglioso.

Durante la proiezione Giacomo si sente male e il gruppo è costretto ad abbandonare la sala anzitempo e a correre all’ospedale del paese. Potranno ripartire solo il giorno dopo, provocando l’ira del suocero che li aspettava con il Garpez. Chiara riparte con loro, dovendo andare verso Brindisi a prendere un traghetto e avendo la macchina in panne. Durante il viaggio però c’è un nuovo intoppo. L’auto si ferma. E c’è pure un nuovo sketch: Dracula e i transilvani leghisti. Dopo questo sogno di Aldo, Chiara riesce a far ripartire l’auto. Ripartano ma si fermano ad un laghetto. Dato che i guai non finiscono ma Giovanni perde la gamba per lavarla in un fiumiciattolo. Bisogna correre al mare, lì vicino, per recuperare la gamba che nel frattempo è stata raccolta e utilizzata da dei marocchini per farne il palo di una porta da calcio. Per riottenerla si deve giocare. La partita è fantastica: Aldo la mette in mezzo per Giovanni che la mette dentro in volo di punta; calcio d’angolo battuto da Giovanni nella mischia dove Aldo si divincola magistralmente e insacca lasciando di stucco la difesa marocchina; strepitoso gol in rovesciata di Giovanni; rigore parato da Chiara che non si fa fregare dall’attaccante del Marocco. Una grande prestazione.

Ma la gamba se la portano via i marocchini. Hanno vinto 10 a 3.

La gamba deve essere però recuperata. Per questo nella notte entrano di nascosto nella casa del marocchino, ma si fanno beccare. Saranno liberi di rimettersi in marcia con la gamba perché non verrà sporta denuncia dall’ingegnere marocchino che aveva vinto la partita.

Il film è prossimo alla fine. Ad una stazione di servizio Chiara lascia il gruppo per non rovinare le nozze a Giacomo, che si è palesemente innamorato di lei. Ma la frittata è fatta e Giacomo è pieno di dubbi. Dopo una profonda riflessione, Aldo, Giovanni e Giacomo dovranno prendere in mano la situazione ed affrontare la loro famiglia.

-È proprio sicuro Giovanni?

-Fidati, è meglio per tutti.

On the Milky Road

di Lorenzo Borzuola

Il regista serbo Emir Kusturica torna con un nuovo esempio di cinema underground, in cui grottesco, dramma e libero amore si incollano tra loro in una armonia naturale ed emozionante. Nel film anche Monica Bellucci con un ruolo che può essere considerato uno dei migliori della sua carriera.

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On the Milky Road” è il nuovo film del regista serbo Emir Kusturica. Ora nelle sale cinematografiche italiane, è un’opera nata ancora una volta dalla mente del suo autore rivoluzionario e straordinario, che lascia ampio spazio all’immaginazione, alla fantasia. Senza dimenticare quella forma di realismo profondo che è sin dalle prime scene intaccato in quei personaggi caratteristici che aprono la storia con la stessa eleganza e silenzioso rispetto di uno spettacolo teatrale. Ambientato nelle sperdute montagne sassose e verdeggianti in una zona balcanica non bene specificata. Conoscendo le tematiche del regista, possiamo dedurre che quei luoghi e quei volti altro non sono che probabili esperienze vissute e piante.

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Kosta, per il quale lo stesso Kusturica da le proprie sembianze e movenze, è un uomo di mezza età che fa da staffetta da un accampamento militare in montagna fino ad una stramba fattoria nella pianura, governata da un’anziana nativa allettata che litiga con il grande e pericoloso orologio Austro-Ungarico che causa continui problemi anche alla giovane Milena. Ogni giorno Kosta, a cavallo di un mulo e in compagnia di un falco pellegrino, suo fedele amico, percorre quella strada seminando con pacata destrezza le pallottole che fischiano quotidianamente senza interruzione. È su quella strada che il protagonista, strano essere umano da un ambiguo passato e da un nascosto cuore nobile, si pone dei dubbi che prima non lo avevano mai sfiorato. Proprio su quella strada, mentre fa scorta in due taniche militari, incontra un serpente che beve il latte che Kosta lascia cadere a terra. Il serpente s’ingrossa a tal punto da diventare quasi una minaccia; ma qualcosa cambia. In quella via, lui il mulo e il falco, rischiano la vita prima di raggiungere la meta. In quella fattoria Kosta, amato fortemente da Milena, conoscerà una donna (Monica Bellucci).

La donna non è del posto ma grazie a Milena ora è vive lì. La ragazza, infatti, aiutata da due ambigui criminali, l’aiuta ad uscire da un ospedale in cui era ricoverata; quando il fratello, l’eroe Zaga, tornerà dall’Afghanistan, la potrò sposare e Milena potrà invece accalappiarsi il taciturno Kosta. Tuttavia il destino dell’uomo e della donna, di origine italiana, si fonderà quando a tal punto da dover prendere una decisione. La guerra e un lontano odore di pericolo, travestiti da tre militari, l’inseguiranno in un’avventura tra terre selvagge e ostili. Selvagge per modo di dire, data la forza divoratrice della distruzione bellica che varca i confini incontaminati di quel paesaggio a tratti magico, a tratti troppo pericoloso.

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Due costanti principali in quest’opera che ripercorrono tutta la produzione artistica di Kusturica: La natura e un suo possibile logoramento per mano dell’uomo. Il tema caro e ossessivo di una catastrofe che ha segnato la vita del regista, del quale non riesce farne a meno. E così, in un racconto impregnato di fantasia, fiaba e leggerezza, si scontra il dramma e la perdita. L’amore e la morte. È un film di Kusturica perciò non mancano mai sfumature grottesche, ironiche messe a contatto con una violenza familiare all’autore e ad altri che come lui portano un peso e uno spiacevole ricordo. Una storia non priva di sketch comici e battute sanguinarie: non lascia nulla all’interpretazione ma te lo sbatte in faccia senza preamboli. È invece il tema amoroso, dell’affetto e quello più semplice della gentilezza che viene accennato in alcuni punti: in altri è molto più offuscato. Il bello di un film del genere è proprio questo: ad immaginare e vivere di ciò che non c’è. Difronte alle visioni grottesche e non curanti dei mali circostanti, si è disposti andare oltre la nostra fantasia pur di vedere un filo di speranza che inorgoglisca e tranquillizzi.

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C’è pur sempre il ricorso all’immaginazione concreta e la fuga nell’irreale, specie nella scena dell’albero, quando la donna e Kosta spiccano il volo e scappano dalle grinfie dei tre soldati. Il male, comunque, è sempre in agguato e risulta difficile sfuggirne. C’è il ricorso alla mitologia quando si nascondono tra le pecore. C’è il ricorso a Chaplin e a tutte le tematiche che facciano di questa storia un esempio di realismo tragico e una sorta di favola della buona notte. L’eroe schivo e nobile, un asino e un falco, una donna il cui amore non è corrisposto, un antagonista – il fratello eroe di guerra che è una possibile incarnazione in più del conflitto e della tragedia bellica- e la dama incompresa dai lunghi capelli neri.

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Si lotta per uno scopo puro, innato e immortale, e si muore per uno inventato dall’essere umano. Il campo di battaglia è l’altro simbolo ormai decadente di un paesaggio, un lago, un fiume, una montagna; l’elemento naturale a rischio d’estinzione che racchiude racconti come questi.

Emir Kusturica nei panni di attore e Monica Bellucci, che per la parte ha seguito un corso per imparare il serbo, collaborano insieme e ciò che ne viene fuori è un film poetico, esuberante e ricco di emozioni. La cultura del paese è un altro fattore d’interesse che mitizza il contenuto di “On the Milky Road” e lo rende vero, surreale, fuori dalla normale visione della temporalità ma pur sempre dentro e legata a filo doppio.

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Moby Dick: a great adventure movie

di Lorenzo Borzuola

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“Moby Dick, La balena bianca”, film del 1956 diretto da John Huston. Opera liberamente e fedelmente ispirata a uno dei più grandi ed energici romanzi della storia della letteratura. Molte volte ho pensato di parlare di questo film, come se fosse stato un dovere. Ora, questo onore è arrivato e potrò riesumare dal passato una delle pellicole più straordinarie ed emozionanti che siano mai state realizzate. Più che un dovere dal punto di vista artistico, di “arte per l’arte”, è una questione profondamente affettiva. Ognuno di noi ha una passione che occupa il suo tempo e le ore sin dall’infanzia. Per ciascuna passione ci deve pur essere un personaggio, un momento particolare, un inno o un’opera che abbia per primo dato inizio a questa dedizione. L’amore per il cinema non è individuale e nemmeno una rarità. Assieme alla musica o a un buon libro, è forse quello più usato, sofferto e divinizzato. Molti amano e vivono per il cinema ma non tutti hanno iniziato alla stessa maniera: né alla stessa età, né con lo stesso film. Io ho incominciato a mettermi difronte allo schermo a quattro anni, e il primo film che vidi fu proprio “Moby Dick”.

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Me ne innamorai subito. A distanza di anni è quello al quale sono maggiormente affezionato, sebbene non ci si possa soffermare solo a una cosa in particolare. Si va avanti e crescendo si scoprono sempre nuovi volti e nuovi film. Il fatto che non me ne sia mai distaccato completamente rende quest’opera un qualcosa d’impossibile da abbandonare e dimenticare. I ricordi d’infanzia si ripercuotono nella crescita. Un particolare evento segna il carattere e i gusti di un lettore, di un ascoltatore. Di uno spettatore. Così sono cresciuto con l’amore per l’avventura, e alcune volte il mio caratteraccio è paragonabile a quello dei marinai del Pequod, se non direttamente a quello del suo capitano.

Girato da un grande del cinema, John Huston, il film nacque nella mente del regista statunitense all’inizio degli anni cinquanta. Problemi burocratici con la produzione, con gli sceneggiatori e con la scelta degli attori, ritardarono l’inizio delle riprese di ben quattro anni. Trovati i finanziamenti, poterono iniziare a girare. La maggior parte delle riprese furono effettuate in Spagna, Portogallo e Galles. Ma perché mai dovrebbe essere riconosciuto come un capolavoro di quegli anni? Vi chiederete. Tanto lavoro e contrasti sono serviti a fare del romanzo di Hermann Melville, prima una piccola idea, poi uno spunto per possibili finanziamenti e infine un immenso lavoro pregiato, ricco e finemente intarsiato. Il risultato è il mix di tanti elementi che ne sottolineano la grandezza.

Primo fra tutti è sicuramente il regista. John Huston, aveva già girato una decina di film con i migliori attori sulla piazza di Hollywood. Il suo amore per la letteratura e i romanzi di avventura lo portarono a scegliere proprio quel libro come possibile rifacimento. Considerato uno dei grandi registi mai esistiti, per la sua predilezione, la sua mentalità così aperta a nuovi lavori, ma soprattutto una grande fantasia che poi si riscontra nella tecnica. E tutto il film, oltre che a una fedelissima ricostruzione di trama e di epoca, quell’ottocentesca americana, nella vita di mare, della caccia alle balene, poco dopo la fine della guerra di secessione, è un’accurata tecnica di ripresa e narratività. La finzione della storia, che con i suoi personaggi la rendono unica e mitica, si mescola all’attenzione reale per i particolari, per la vita dei balenieri, per la documentaria caccia alle balene e alle economie di una città marittima della costa est degli Stati Uniti. Dopotutto Melville fece parte per alcuni anni di una baleniera, nella quale ebbe l’ispirazione per il suo romanzo: già era stato tutto documentato in maniera precisa. Huston ha solo riportato le parole di quel libro sotto forma di perfetta interpretazione dal punto di vista recitativo e filmico. Un capolavoro stilistico e d’interpretazione.

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Gregory Peck e John Huston intenti a bere e controllare il copione

Gli attori: altro fattore di grande rilevanza per la pellicola. Usciti direttamente dall’immaginario di Melville, sono presentati uno alla volta con la stessa vitalità del romanzo. Con loro si torna indietro di più di cento anni. I loro volti marcati dal sole sono una manna per lo spettatore che entra a far parte di questa storia. Tanti interpreti del cinema inglese e americano. A cominciare da Richard Basehart nei panni di Ismaele, l’unico sopravvissuto, per poi passare al pacato personaggio di Starback interpretato da Leo Genn, già presente nelle più vecchie pellicole di Hollywood e in film peplum, e al cameo di Orson Welles che interpreta Padre Mapple con la predica nella cappella del baleniere. Molte altre facce che si susseguono come in vecchie fotografie; dai marinai, all’oste, al secondo ramponiere e fino alle donne sul molo che salutano i loro uomini e figli al momento della partenza. Tuttavia solo una stella brilla con tanta potenza da mettere in ombra qualsiasi altro personaggio ogni volta che entra in scena. Gregory Peck, altro pilastro del cinema, è truccato in modo feroce per poter interpretare il Capitano Achab. È la sua recitazione, però, a renderlo veritiero, maligno, pazzo, assetato di vendetta; una vendetta che non potrai mai avere perché inarrivabile. Molto probabilmente una delle sue interpretazioni migliori. Peck per anni aveva creduto che la sua incarnazione nel tetro capitano non fosse stata abbastanza soddisfacente. Più lo guardo e più mi rendo conto di quanto questo ruolo sia incommensurabilmente travolgente. Per lungo tempo si cerca un proprio eroe immaginario. Il tristo Achab era uno di questi.

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Le scene di caccia e quelle che concernono la vendetta di Achab nei confronti del gigantesco cetaceo, sono sempre dei piccoli quadri e ritratti, descrizioni fedeli di un’epoca passata. Una parabola in cui il contrasto Dio e uomo e uomo e natura si equivale, si separano e si fondono insieme fino allo scontro finale che vale tutto il film: forse è un po’ esagerato. Il Pequod, la nave baleniera, è protagonista e scenografia: il palco dove la trama inizia a svilupparsi prima di lasciare spazio all’altro interprete, l’oceano. Il grande sudario del mare, come viene più volte chiamato nel film, apre quest’opera cinematografica e la chiude nell’amara sconfitta ma nella speranza di una vita salvata che possa raccontare l’accaduto. Moby Dick è quella figura quasi divina che si vede e poi sparisce. Ricompare per poi inabissarsi nuovamente nel profondo, nell’inesplorato, dove neanche i balenieri e i lupi di mare non osano addentrarsi. È la scoperta e la perdita di una fede più grande all’interno di quel piccolo mondo che è il vascello di legno e avorio.

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Una storia d’avventura filmata che affascina anche a distanza di anni, e che ripropone tutta la letteratura europea e non solo. È un tripudio alle domande e ai dubbi sull’esistenza umana e il suo rapporto con tutto il resto. Questo lo penso ora, dopo averlo rivisto più e più volte. Solo a un primo sguardo, è un elemento avvincente e senza tempo che ci lascia sognare e vivere con la trama e i personaggi fino in fondo. Entri nell’inesplorata avventurata. Sei Ismaele, Achab o Melville stesso, e vorresti che tutto questo non finisse mai.